Basi empiriche sulla non-esistenza dell'inconscio

La prima motivazione che ci rassicura sulla percezione della sua esistenza è di tipo logico, in quanto se esiste una parte cosciente, necessariamente deve esistere anche una parte inconscia. Infatti, per esempio, il bene esiste perché lo possiamo rapportare al male, il bello esiste perché possiamo distinguerlo dal brutto, ciò significa che qualsiasi idea o concetto può esistere solo se riusciamo a descrivere il suo opposto. In altri termini, un idea o un concetto è qualcosa di astratto, nel senso che non esiste, ma ci è utile per descrivere la realtà che ci circonda, in un certo senso è un oggetto filosofico o psichico, ma non scientifico.

Una idea, un concetto comincia ad esistere nella realtà, cioè si concretizza, quando riusciamo a trasformarlo in un oggetto reale che possiamo, non solo percepire ma anche toccare, vedere, usare per raggiungere uno scopo o un obiettivo. Ad esempio, l’idea dell’auto è un concetto astratto, che ci è utile per definire le caratteristiche che deve possedere un oggetto, ad esempio la Ferrari, per diventare realtà. Il fine, per esempio, è di salirci su per spostarti più velocemente. In questo caso la Ferrari è un oggetto concreto che esiste nella realtà, mentre l’auto è un’idea che ci è utile per costruire la realtà.

Ad oggi, nonostante gli innumerevoli tentativi, non è stato ancora possibile individuare in modo scientifico la concreta esistenza dell’inconscio, nel senso di oggetto reale che può essere visto e toccato, come ad esempio l’amigdala, la corteccia, ecc, quindi possiamo solo immaginare che esiste come strumento concettuale, perché ci è utile per descrivere una serie di processi mentali.

Quindi, se è qualcosa che possiamo solo immaginare o ipotizzare, vuol dire che non esiste o che non siamo ancora riusciti ad individuarlo nella realtà, il che significa che le sue caratteristiche descrittive potrebbero non essere esatte, in quanto sono di tipo immaginative o visionarie e quindi non concrete.

E’ sufficiente questa considerazione per affermare che l’inconscio non esiste?

Credo di no, ma è un primo tassello che ci è utile per poter giungere ad affermare, con ragionevole certezza, l’esistenza o meno dell’inconscio. Prima di parlare degli aspetti psicologici è opportuno riflettere su alcuni fatti, al fine di dimostrare che non esiste una concezione unitaria dell’inconscio.

Freud, neurologo di formazione, trasferì sul piano psichico le sue conoscenze biologiche e neurofisiologiche. Fu fortemente condizionato dal pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche. Infatti, Freud riteneva che l’inconscio esprimesse pulsioni, sotto forma di desideri e bisogni, con una base organica situata nella parte istintiva dell’individuo (ad oggi non è stata ancora individuata). Questa sua concezione lo avvicina molto al pensiero di Cartesio che affermava il primato della ragione e l’influenza delle passioni sulla psiche, inoltre riteneva che l’inconscio fosse espressione del corpo.

Secondo Freud, all’interno della coscienza si insinuano elementi sovversivi e non controllati che derivano da una cattiva gestione dei rapporti fra l’Io e l’inconscio, per cui l’Io cosciente cerca di catturare una parte dei contenuti inconsapevoli, al fine di tentare di governarli in modo razionale.

Ciò significa che l’inconscio è l’insieme dei contenuti che non sono presenti alla coscienza e che la nevrosi si sviluppa per una forma di interferenza fra la coscienza e l’inconscio. In questa interferenza, la rimozione e il riferimento alla sessualità occupano una posizione preminente.

Adler in totale disaccordo con Freud, sposta l’interesse della psicoanalisi, dalle problematiche sessuali, in un orizzonte sociale. Questa differente visione è fortemente influenzata da problemi fisici e da un’infanzia difficile che lo hanno indotto a riflettere sul senso di inferiorità e sulle difficoltà legate alla socializzazione. Infatti, Adler ritiene che nell’uomo sono presenti due istanze: la volontà di potenza, intesa come bisogno di affermarsi e il sentimento sociale, inteso come necessità di cooperazione fra gli individui. Il conflitto fra queste due istanze conduce alla nevrosi. Ciò significa che mentre Freud considera la vita dell’uomo in funzione del passato, Adler la concepisce in funzione del suo avvenire.

Ciò significa che l’azione disturbante dell’inconscio non è importante, in quanto è fondamentale la struttura sociale della psiche, il fine dell’azione, indipendentemente dal fatto che sia cosciente o inconscia. Questa concezione è senza alcun dubbio, una svalutazione del potere dell’inconscio.

Jung, fortemente condizionato dal pensiero di Kant, ritiene che l’inconscio è indipendente dalla sessualità, in quanto è qualcosa di più articolato e romantico, che si esprime attraverso un suo proprio linguaggio. Infatti, per Jung la vita psichica (cioè la coscienza) si esprime secondo categorie immaginali o archetipi. Inoltre, all’inconscio personale prodotto dal meccanismo della rimozione di Freud, Jung aggiunge una parte non-individuale, i cui contenuti non sono pulsioni, immagini o pensieri censurati dal Super-io e rifiutati dall’Io, ma strutture indipendenti dall’esperienza personale, perché comune all’intera umanità. Jung denominò questa struttura inconscio collettivo, in quanto sede dell’ereditarietà e dei ricordi ancestrali.

L’idea dell’inconscio collettivo oggi non è più ritenuta valida, mentre l’aspetto più interessante della visione di Jung, è che l’inconscio si esprime mediante un linguaggio immaginale. In un certo senso, pensa di più, è più cosciente rispetto l’idea di Freud, in cui prevale una visione materialistica degli istinti e della sessualità. Ciò significa che l’influenza del pensiero romantico consentono a Jung di liberarsi dalle idee illuministiche tipiche di Freud, anche se conserva aspetti mistici e irrazionalistici, dovuti alla sua cultura filosofica e religiosa. Ciò gli consente di giungere a ritenere che la vita emotiva ed affettiva, è qualcosa di più sentimentale, in quanto l’inconscio non agisce sulla coscienza, perché esso stesso, in un certo senso è psiche e quindi anche razionalità.

Ciò è quasi la negazione dell’inconscio in contrapposizione alla parte cosciente.

Quindi per Jung l’inconscio determina i comportamenti nella sfera cosciente, mediante i sentimenti, i pensieri e i suoi contenuti rimossi. L’Io subisce questi condizionamenti fino a quando non prende coscienza, attraverso l’analisi, dei contenuti inconsci che si manifestano alla soglia della coscienza. Ciò significa che le relazioni sono fra l’Io e l’inconscio personale, fra l’Io e l’inconscio collettivo e fra l’inconscio personale e quello collettivo. Quindi, mentre la teoria dell’inconscio di Freud si sviluppa su un piano clinico quella di Jung cerca di andare oltre.

Ciò significa che l’Io e l’inconscio non sono più riconducibili alle problematiche legate alla rimozione.

In un certo senso, è venuta meno la distinzione fra l’Io cosciente e l’inconscio e che l’individuo non controlla se stesso, in quanto non ha un’autocoscienza del suo agire quotidiano. Inoltre se è vero che l’inconscio collettivo non esiste, la funzionalità dell’inconscio personale risulta più fragile in quanto non può contrapporsi a ciò che non esiste.

L’inconscio è quindi un’opinione?

In sintesi si può concludere che per alcuni l’inconscio invade l’Io cosciente fino alla consapevolezza, per la psicologia dinamica non è importante, per altri rimane inesplorato, in quanto non è possibile che dall’inconscio possa emergere qualcosa. Inoltre c’è chi ritiene che esiste un inconscio cognitivo, altri un inconscio vitale o psichismo cellulare (in analogia fra il comportamento psichico e quello delle cellule), ecc. Questa diversità di interpretazione potrebbe essere una ulteriore conferma che l’esistenza dell’inconscio è di tipo deduttiva, anche se la sua definizione, nasce da osservazioni ed esperienze.