L’Intelligenza è determinata da fattori genetici?

I neuroscienziati hanno scoperto che esiste una forte correlazione fra l’integrità della mielina e le prestazioni espresse dagli individui durante i test di intelligenza. Poiché la qualità di questo materiale isolante è in gran parte determinata da fattori genetici, si può dedurre che questo strato di rivestimento, svolga un ruolo fondamentale nel determinare l’intelligenza dell’individuo (il Sé è determinato anche da come si pensa),rafforzando così l’idea che l’intelligenza è in gran parte ereditata, questo non significa che non possa essere migliorata e potenziata con l’apprendimento e lo studio. Infatti, il cervello è un sistema plastico fortemente adattabile, per cui nel corso dell’esistenza le situazioni educative, sociali, culturali e ambientali possono esercitare una azione che può alterare il loro stato.

La velocità di elaborazione svolge un ruolo importante, tuttavia non è l’unico fattore che determina l’essere intelligenti, in quanto l’influenza genetica, varia a seconda della zona del cervello. Ad esempio il Lobo Parietale, che è coinvolto nella logica, nella matematica e nelle abilità visuo-spaziale (attività non verbali) è per l’85% determinato geneticamente, mentre il Lobo Temporale, coinvolto nell’apprendimento lo è al 45%.

Attualmente diversi neuroscienziati sono alla ricerca di specifiche variazioni genetiche legate alla qualità della mielina, un probabile candidato è il gene di una proteina denominata BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor), che promuove la crescita cellulare. BDNF agisce su alcuni neuroni nelle regioni dell’ippocampo, corteccia e prosencefalo basale, che costituiscono zone fondamentali per l’apprendimento e la memoria a lungo termine.

Si potrà in futuro misurare l’intelligenza dalla scansione del cervello?

Le radici genetiche dell’intelligenza trovano una conferma anche nell’esistenza di bambini intellettualmente superdotati oppure con grandi capacità artistiche o fisiche.

Processi Cognitivi e sogni

La comunicazione neuronale è anche influenzata dalle informazioni di relazione, memorizzate nel 50% circa della nostra memoria, in quanto costituiscono un sostegno diretto all’intelligenza. E’ noto ormai da tempo che il nostro agire dipende dall’azione combinata di due o più tipi di pensieri situati su almeno due diversi livelli, non completamente inconsapevoli. Nel primo livello vi sono i pensieri che utilizzano le capacità cognitive, mentre nei livelli inferiori vi sono quelli che potremo chiamare di riserva, che si manifestano quando decidiamo di smettere di pensare a qualcosa o quando il compito attuale è stato portato a termine mediante il ragionamento.

Il vuoto mentale che a volte si crea, potrebbe essere dovuto all’esaurirsi di questi pensieri simultanei o causato dal tentativo della mente, di ritornare indietro nella sequenza del pensiero (ovviamente, questo processo non coincide con il pensare contemporaneamente a due cose diverse). Tutto ciò accade perché, l’unità che gestisce la memoria, cerca di mantenere vive solo le informazioni che considera rilevanti, oppure che possono diventare utili per l’elaborazione del pensiero corrente, mediante l’aggiunta di ulteriori elementi.

Da queste considerazioni emerge che è importante per la mente garantire un’efficiente operatività temporale delle informazioni, mediante una forma di pulizia in grado di ristrutturare il sistema cognitivo, in modo da garantire un’alta capacità intellettiva. Questo processo di ristrutturazione può avvenire solo quando il pensiero cosciente non è operativo. Probabilmente, ciò che ha reso possibile questo processo di ristrutturazione è il sonno, in quanto mentre si dorme la memoria di lavoro e le aree che regolano il processo relazionale, sono liberate dai molteplici compiti, per cui possono utilizzare l’analisi dell’esperienza quotidiana per la ristrutturazione e la memorizzazione.

L’effetto cosciente di questo processo è rappresentato dai sogni.

Probabilmente, quando la mente non ha sufficienti informazioni crea scenari fantastici, in modo da costringere la struttura cognitiva ad utilizzare l’intelligenza per scegliere e quindi decidere, in modo da poter cancellare la memoria a breve termine, eliminando le informazioni irrilevanti, senza dover rinunciare a quelle ritenute importanti. Se le unità cognitive non riescono a fornire soluzioni, il sogno può trasformarsi in ricorrente, mentre nei casi più complessi, cioè quando il problema relazionale appare irrisolvibile per la mente, le strutture cognitive cancellano parzialmente o completamente le informazioni e quindi dimentichiamo per sempre o solo temporaneamente.

L’aver cancellato durante il sonno alcune informazioni può contribuire a risolvere i problemi relazionali fra le informazioni. E’ come dire, dormiamoci su, che il problema si risolve da solo. La soluzione adottata dalla mente durante il sonno è quindi molto importante, in quanto da essa dipende dove e come memorizziamo le informazioni ed influenzerà le nostre scelte future in termini di riferimenti. Forse condiziona e determina anche la nostra facoltà ad apprendere.
In modo particolare il sonno consente, durante le fasi NREM il recupero sull’organismo e di fissare le informazioni nella memoria a lungo termine, durante le fasi REM del sonno. L’effetto benefico del sonno sulla memorizzazione è resa possibile sia dalla disconnessione sensoriale che attenua le interferenze con il consolidamento delle informazioni acquisite durante lo stato di veglia, sia dalle oscillazioni lente del potenziale di membrana delle cellule nervose che caratterizzano il sonno a onde lente.
Il sonno è importante in quanto rende possibile anche il ristoro sinaptico (bisogno di riposo delle cellule neuronali) al fine di evitare la saturazione della capacità plastica del cervello, in quanto durante il normale funzionamento del cervello, l’attività sinaptica assorbe l’80% del suo consumo energetico.