Nonostante tutte le critiche e le condanne di cui è stato oggetto, il pensiero di Freud continua ad esercitare una determinante influenza sui modelli di comportamento e sulle teorie della personalità.

Freud fu profondamente influenzato sia dalle idee di Haeckel sulle fasi libidiche, sia dal pensiero di Lamarck sull’ereditarietà dei caratteri acquisiti e sull’influenza della sensazione del bisogno. Nei suoi ultimi scritti risalenti al 1934-1938, Freud ribadisce alcune sue precedenti idee, come ad esempio l’osservazione del rapporto sessuale tra i genitori, la seduzione da parte di una persona adulta, la minaccia di evirazione, lo sviluppo della libido e il complesso edipico, fanno parte degli schemi filogeneticamente ereditati.

Anche se Freud manifestò quasi sempre una certa diffidenza nei confronti della filosofia, diversi suoi scritti sono opere filosofiche e nelle sue riflessioni di natura psicoanalitica vi sono diversi elementi di valenza filosofica, in quanto si occupò spesso della natura dell’uomo, delle forze che operano in lui, dei suoi desideri e bisogni. Infatti egli pose in discussione l’idea del libero arbitrio, modificò i concetti di coscienza e ragione, propose una interpetrazione nuova della religione, della morale, della storia e delineò una complessa idea dei rapporti fra individuo e società.

Quindi, oggi non vi è alcun dubbio sull’influsso che Freud ha esercitato sulla cultura moderna e non ha alcun senso discutere su questo valore, mentre è opportuno discutere su diversi fondamenti della sua teoria, dei suoi strumenti e delle sue procedure, in quanto vi sono state negli ultimi decenni innumerevoli scoperte e nuove teorie più aderenti alla realtà scientifica attuale. Secondo Bowlby tutti i concetti psicoanalitici di Freud sullo sviluppo della personalità, devono essere rivisti.

I due casi che seguono (di Bowlby e di Peterfreund) evidenziano questa necessità

Bowlby descrive il seguente caso: la signora G, venne in analisi perché si sentiva irritabile, depressa e piena di odio e di malvagità. Era frigida con suo marito, emotivamente distaccata e si domandava spesso se fosse in grado di amare qualcuno.
La signora G. aveva tre anni quando a seguito del divorzio dei suoi genitori, suo padre abbandonò la famiglia e sua madre iniziò a lavorare a tempo pieno (è probabile che la madre, per farsi ubbidire, potrebbe aver più volte minacciata la figlia di rinchiuderla in un orfanatrofio; queste minacce hanno un effetto terrorizzante sui bambini e possono suscitare in loro un intenso odio). A quattro anni la madre affidò la figlia ad un orfanatrofio, dove rimase per diciotto mesi. Al suo ritorno a casa le relazioni della bambina continuarono ad essere disturbate e infelici, tanto da indurla, quando era ancora adolescenza, ad abbandonare l’ambiente familiare. A ventun anni aveva già divorziato due volte. Quello con cui conviveva all’inizio della terapia era il suo terzo marito.

Durante le prime fasi dell’analisi, la signora G si mostrava riluttante nel rievocare i dolorosi eventi della sua infanzia e mostrava nella relazione con l’analista tutte le difficoltà interpersonali che aveva sperimentato in altre relazioni emotivamente intense. Tra i diversi eventi dolorosi della sua infanzia, ricordò di come si era sentita triste qundo fu mandata in orfanatrofio e quindi separata dai suoi animaletti domestici. Ricordava di non aver mai avuto un giocattolo, di aver subito rigidi trattamenti e a volte si comportava male di proposito per essere schiaffeggiata, pur di ricevere un minimo di attenzioni.
Verso la fine della terapia, la signora G collegò i sentimenti che provava nei confronti dell’analista a quelli che aveva vissuto in precedenza nei confronti della madre ed affermò: “non voglio rinunciare a mia madre, non potrà liberarsi di me”. Il desiderio attivo ed intenso di amore era ritornato in lei, insieme alla rabbia nei confronti di coloro che glielo avevano negato. Questo cambiamento radicale fu successivamente confermato da altri episodi. Tuttavia, anche se la terapia aveva ristabilito la sua vita emotiva, consentendogli di avere migliori relazioni interpersonali, eventi come la separazione e la perdita continuarono a causarle angoscia e tristezza. (da Bowlby, Una base sicura, Cortina editori).

Prima dell’analisi, la signora G si sentiva emotivamente distaccata e non si riteneva in grado di amare qualcuno; al termine dell’analisi era diventata consapevole sia dell’intensità del suo desiderio di avere attenzioni e amore, sia della sua rabbia per non aver ricevuto quelle cose.
La prolungata sofferenza causata, nei suoi primi anni di vita, dalla perdita dell’amore e delle necessari cure, aveva disattivato il suo sistema comportamentale che controlla il legami affettivi, lasciando attivo il desiderio del contrario. Risultato fu che desideri, sentimenti e pensieri, associati all’affettività e ai legami di amore, furono esclusi dalla consapevolezza. Tuttavia, l’esclusione difensiva (o rimozione) non distrugge i sistemi comportamentali, per cui possono venir successivamente attivati per un breve o un più lungo periodo.
Il cambiamento avvenuto nella signora G, fu possibile grazie alla base relativamente sicura fornita dall’analista, che consentì alle informazioni, fino ad allora escluse alla coscienza, di poter procedere ulteriormente verso l’elaborazione. L’accettazione a livello cosciente di queste informazioni, rese possibile la riattivazione del comportamento di attaccamento e dei relativi desideri, pensieri e sentimenti che lo accompagnano. In senso freudiano, l’inconscio era stato reso conscio e le pulsioni rimosse erano state liberate.

Peterfreud descrive il caso della signora B nel seguente modo:

La signora B entrò in analisi presentando diversi sintomi, fra i quali angoscia generalizzata, angoscia di separazione particolarmente profonda, fantasie ossessive di omicidio. La diagnosi fu di Isteria d’angoscia.
Il supervisore di Peterfreud tradusse questi sintomi in formule freudiane ben definite, che ipotizzavano un conflitto causato da pulsioni masturbatorie di natura sadica. Poiché l’ipotesi sul significato dei sintomi era già stata formulata, compito dell’analista diventava quello di far sì che la paziente riconoscesse la verità dell’ipotesi, per cui l’analisi doveva attendere che la paziente rinunciasse ad opporre resistenza.
Il significato dei sintomi non veniva più considerato una ipotesi da sottoporre a verifica, mentre l’analisi non era più un procedimento d’indagine in grado di portare alla scoperta e non prevedeva che la paziente fosse istruita sul processo analitico.

Anche se si formulano ipotesi prive di fondamento è sempre possibile trovare innumerevoli prove che le confermano. In ultima analisi si può affermare che il paziente oppone resistenza, quando non accetta le idee dell’analista.

Dopo diversi mesi di analisi Peterfreund si rese conto di aver capito poco della signora B e di non avere informazioni attinenti ai suoi sintomi. Ad esempio, non sapeva cosa volesse dire per lei uccidere, per cui decise di abbandonare i metodi del supervisore.

Peterfreund pose la paziente di fronte alla necessità di fare libere associazioni e osservazioni e di dare espressione alle fantasie e alle emozioni apparentemente irrazionali, connesse con i suoi sintomi. Inoltre occorreva comprendere il contesto globale connesso con il sintomo, per quanto regressivo e terrificante potesse essere. Con la modifica del metodo di analisi la paziente iniziò a collaborare più attivamente. Peterfreund scoprì che la signora B era terrorizzata dal fatto che in alcuni momenti si sentiva fuori dal mondo e di non avere alcun rapporto con gli altri. Temeva di perdere completamente il controllo di se stessa e della ragione. Quindi, il sintomo non aveva alcun legame con l’ipotesi relativa a conflitti genitali edipici.

Iniziare un analisi con ipotesi stereotipate sul significato di un sintomo è completamente inutile e non rappresenta un approccio ottimale, perché quando un paziente parla, ad esempio, della sua paura di uccidere, si è di fronte ad una situazione ambigua, in quanto può avere innumerevoli significati e cause. Fino a quando non si hanno informazioni su quel particolare paziente, non si ha una ragionevole base per scegliere fra i diversi significati e cause. Con l’analisi si acquisiscono nuove informazioni, si possono formulare e verificare ipotesi, si possono ridurre complessità, incertezze e ambiguità. In questo modo si ha la possibilità di arrivare ai significati e alle cause specifiche di quel particolare paziente. (da Peterfreund, il processo della terapia psicoanalitica, Asrolabio)

Da quando precedentemente detto emerge che il principale compito dell’analista è di indirizzare l’attenzione dell’individuo sui ricordi che ritiene importante, al fine di incoraggiarlo a riflettere su di essi. Per attuare questo compito l’analista si lascia guidare dalla teoria della personalità a cui aderisce. Tuttavia, per alcuni analisti sono importanti situazioni e desideri edipici, per altri è fondamentale la teoria dell’attaccamento, per altri ancora sono dominanti altri aspetti. Probabilmente ciò è la più eclatante fragilità del processo di analisi.

Secondo Bowlby i ricordi spontanei o sollecitati di un paziente hanno un valore puramente indicativo quando vengono usati come dimostrazioni delle teorie dello sviluppo della personalità. Quello che un paziente racconta della sua infanzia e quello che l’analista riporta, sono inevitabilmente influenzati dalle credenze dell’analista. L’importanza della situazione terapeutica non è in ciò che dice sul passato del paziente, ma in ciò che dice sui disturbi della personalità nel presente