Senza ripiudare l’opera innovatrice e l’originalità della teoria psicoanalitica di Freud, diverse scuole di pensiero hanno criticato molti dei suoi concetti (energia, pulsioni, libido, ecc.) dopo aver dimostrato che sono estranei all’esperienza clinica.

A seguito di queste critiche si sono sviluppate diverse posizioni, fra cui quella di Peterfreund che propone una teoria psicoanalitica fondata su modelli di funzionamento neurofisiologici, che si ispirano alla teoria dei sistemi e della informazione e che usa concetti fisiologici, biologici, evolutivi, rispetto a quelli relativi all’esperienza soggettiva.

Il pensiero, le idee e le critiche al processo terapeutico di Peterfreund, credo siano di fondamentale importanza per la psicoanalisi, in quanto evidenziano la superficialità, i limiti e le ingenuità di alcune categorie di psicoterapeuti.

Secondo Peterfreund il processo psicoanalitico deve condurre alla scoperta, nel senso che il paziente deve chiarire le proprie condizioni psicologiche, al fine di stabilire una loro connessione logica, con gli avvenimenti significativi del suo passato.
Da ciò deriva che il processo avviene prevalentemente a livello della coscienza (conscio e preconscio), in quanto il paziente è il miglior giudice del suo stato d’animo, mentre la concezione freudiana tradizionale si basa sul presupposto che il processo avviene a livello inconscio e che può essere scoperto solo dall’analista, indipendentemente dall’analizzato, che generalmente tende a negare ciò che il terapeuta è in grado di vedere.

Peterfreund suddivide, la psicoanalisi freudiana, in due diversi tipi di processi terapeutici: Stereotipato ed Euristico.

Il Processo Stereotipato (analisi freudina classica) consiste nell’applicare al paziente in analisi un complesso di teorie cliniche, che si basano essenzialmente su un insieme di idee, usate dallo psicoanalista, per interpretare i dati e per fornire conclusioni: comprende concetti come conflitto, difesa, rimozione, sviluppo sessuale infantile, processi inconsci, ecc; mentre il Processo Euristico (o teoria del processo terapeutico, inteso nel senso di apprendere e scoprire), consiste in una procedura mediante la quale il paziente e l’analista operano insieme per scoprire e comprendere il mondo personale del singolo paziente.

Quindi, l’interesse di Peterfreund, è principalmente rivolto alla natura delle deduzioni psicoanalitiche, sul percorso da seguire per meglio riuscire a scoprire il mondo personale del paziente e sulla formulazione e la verifica delle ipotesi emerse durante il processo dell’analisi.

Le critiche di Peterfreund nei confronti della psicoanalisi clinica, iniziano da casi concreti.

Il primo esempio di approccio stereotipato che descrive Peterfreund è quello della signora A, una giovane donna che iniziò l’analisi presentando un complesso di sintomi, tra i quali una profonda angoscia e depressione e sporadici attacchi di tachicardia. Inoltre soffriva di una grave e paralizzante paura ipocondriaca della morte. Quando la sua agarofobia raggiunse un livello tale da impedirgli di uscire di casa, decise di iniziare il trattamento psicoanalitico.

La sua storia rivelò immediatamente che aveva sempre avuto gravi difficoltà, quale ad esempio la paura della morte e il timore di ammalarsi di mastoidite (infiammazione dell'apofisi mastoide, dovuta in genere a infezione batterica). Inoltre soffriva di nausea tutte le volte che aveva un appuntamento con qualcuno. In genere si sentiva sola, brutta, non amata e incapace di comunicare con gli altri. La paziente viveva in un mondo inconsistente, sempre mutevole, incerto, instabile, imprevedibile, un mondo di cui era impossibile fidarsi. Per questo motivo doveva stare sempre in guardia, per poter scoprire i cambiamenti, in modo da potersi difendere. Si sentiva vulnerabile e impotente, in quanto tutti avrebbero potuto turbarsi e adirarsi con lei, per una minima offesa, decidendo così di abbandonarla in un mondo che le appariva spaventoso. Percepiva il suo corpo formato da diverse parti completamente disgregate e sconnesse fra loro. La sua infanzia era stata carica di angoscia.La madre veniva descritta come una persona costantemente irritabile, collerica, paranoica, mancante totalmente di trasporti affettuosi e di calore; durante la sua esistenza aveva sofferto più volte di gravi attacchi di depressione.

L’iniziale interpretazione di Peterfreund fu quella di ritenere che la paziente temeva di essere sopraffatta dai suoi sentimenti, inoltre riteneva che l’analista fosse troppo giovane per occuparsi di lei. La paziente confermò questa interpretazione.

Secondo gli insegnamenti che Peterfreund aveva ricevuto, gli analisti dovono operare partendo dalla superfice e dall’esperienze immediate fornite dal paziente.

Il supervisore di Peterfreund lo criticò, per quello che aveva detto alla donna, in quanto riteneva che fosse troppo presto per la paziente affrontare il transfert. Secondo il supervisore la paziente avrebbe dovuto invece parlare del marito, in quanto riteneva che la causa della malattia fosse da ricercare nel marito che la stava obbligando ad una perversione. Peterfreund chiese al supervisore su quale base poggiava la sua affermazione, la risposta fu: la mia ventennale esperienza.
L’analisi proseguì secondo le indicazioni suggerite dal supervisore, per cui Peterfreund fu obbligato a dire alla paziente, che le sue preoccupazioni erano in realtà, un modo per evitare il suo vero problema, cioè il marito. Il disperato bisogno dalla terapia, obbligò la paziente ad accettare le indicazioni che le venivano fornite ed iniziò a parlare del marito. In realtà la paziente non stava fornendo libere associazioni, ma si stava facendo semplicemente guidare dall’analista, infatti spesso chiedeva quale fosse il significato di ciò che comunicava.
Dopo alcuni mesi, a seguito dell’assenza di risultati, il supervisore decise che il caso non era analizzabile a causa di un persistente insanabile transfert della paziente con il fratello, per cui consigliava di interrompere il trattamento.

Peterfreund decise di proseguire e di non seguire più i suggerimenti del supervisore. Smise di presentare alla paziente suggerimenti, mascherati da interpretazioni, chiedendogli invece di fare delle libere associazioni. Peterfreund iniziò ad affronare sia tutto ciò che emergeva spontaneamente, sia di analizzare il bisogno della paziente di avere suggerimenti sull’argomento da discutere, mentre precedentemente era l’analista, di sua iniziativa, a fornire i suggerimenti

Peterfreund riteneva che per capire la paziente occorreva valutare la gravità della malattia della madre e la traumaticità delle sue esperienze infantili. Oltre ai numerosi attacchi di depressione, la madre non tollerava alcuna opposizione, minacciava continuamente di andarsene ed era soggetta a mutamenti di umore improvvisi a cui la paziente, fin da piccola, si era dovuta abituare a questo comportamento, prestando attenzione ad ogni minimo segno di crisi.

Ad un convegno Peterfreund presentò il materiale raccolto.

Un analista, prese la parola, facendo rilevare che Peterfreund si era completamente ingannato sulla paziente, in quanto era chiaro che stava servendosi della sua angoscia per sedurre Peterfreund. Lo stesso analista, aveva in precedenza presentato il caso di una donna sofferente di un profondo senso di vuoto e di solitudine ed aveva diagnosticato che, quella sensazione di vuoto era connessa alla castrazione, anche se la paziente non aveva assolutamente capito cosa intendesse dire. Questo analista, nel riconoscere che le sue interpretazioni non avevano prodotto risultati, concluse afferamndo che la paziente stava opponendo resistenza ed è proprio questa resistenza che provava, a suo dire, che le donne non rinunciano mai ai loro desideri fallici. Le convinzioni di questo analista non erano ipotesi o verità su cui basare la sua indagine, ma credenze stereotipate.

Anche un secondo partecipante, considerò il materiale da un punto di vista di una tarda sessualità infantile; infatti egli riteneva che, poichè la paziente aveva avuto disturbi localizzati alla bocca e alla gola a partire dai quattro anni, era ovvio che stesse lottando con la fantasia di divorare il fallo paterno e che il suo interesse per le bambole e i bambini piccoli, avesse a che fare con il suo desiderio di avere un figlio dal padre. Questa analista non capiva perché, nell’analisi di Peterfreund, non vi fossero accenni ai problemi edipici.

Un terzo partecipante suggerì l’idea che i sintomi presentati dalla paziente all’età di quattro anni erano da mettere in relazione con la depressione che la madre aveva sofferto nell’anno precedente, dopo la nascita del fratello.

L’interpretazione di Peterfreund, era molto simile a quella del terzo partecipante, in quanto riteneva probabile che a quattro anni la paziente avesse lottato contro i sentimenti violentemente aggressivi che provava verso la madre malata, psicotica e depressa. Ciò la indusse, difronte a conflitti analoghi, a manifestare disturbi alla bocca e alla gola; mentre il suo interesse per le bambole e i bambini piccoli, dipendevano sia dalla fantasia di risvegliare e dar vita alla madre silenziosa e mortalmente depressa, sia di tentare di risvegliare e risanare il suo sé mortalmente isolato.

Quindi, cinque analisti freudiani, provenienti dallo stesso istituto psicoanalitico, fornivano quasi altrettante interpretazioni degli stessi dati.

Dopo diversi anni, quando la paziente fu in grado di parlare della sua vita sessuale, disse di ritenere suo marito troppo inibito, non abbastanza libero o “perverso” da eccitarla. L’esperto supervisore aveva trascurato, secondo Peterfreund, uno dei principi basilari della tecnica analitica freudiana e cioè l’analista deve operare partendo dalla superfice, servendosi degli elementi forniti dal paziente.

In contrasto con l’approccio personalistico del supervisore, il primo e il secondo analista intervenuti durante il dibattito, avevano affrontato il caso in modo Stereotipato, in quanto entrambi avevano trascurato la storia relativa ai traumi precoci e le depressioni psicotiche della madre. Entrambi avevano formulato la loro diagnosi, partendo dalla teoria clinica, basata sui temi genitali-edipici, trascurando tutto ciò che non rientrava in questo quadro. Per questi analisti tutto appariva essere di natura sessuale ed edipica, per cui l’angoscia della paziente era il risultato della seduzione sessuale. Il primo analista suggeriva addirittura di non dare credito al fatto che la paziente non accettava le interpretazioni, in quanto erano semplici manifestazioni di resistenza.

Troppo spesso, secondo Peterfreund, in psicoanalisi le idee cliniche diventano qualcosa di rigido quando le prove a conferma delle ipotesi sono scarse o addirittura inesistenti. In questi casi il metodo viene utilizzato per rafforzare le credenze aprioristiche.

Gli analisti che non erano stati ingannati dal loro pregiudizio, avevano potuto scoprire la donna malata, suscettibile alle influenze esterne, in quanto avevano seguito una indagine di natura euristica.

(fonte:E. Peterfrend, Il processo della terapia psicoanalitica - Astrolabio).

Da quanto precedentemente descritto è possibile effettuare una serie di considerazioni. La prima riguarda la natura prevalentemente soggettiva delle interpretazioni degli analisti, che in molti casi si lasciano facilemnte condizionare dall’indottrinamento esercitato dalle loro scuole di riferimento, applicando un metodo stereotipato che li obbliga a considerare le proprie idee come verità e non come semplici ipotesi.
Spesso durante la loro indagine avanzano ipotesi suggestive, che si basano su argomenti genitali-edipici prive di fondamento, ciò inconsapevolmente li obbliga a trascurare tutto ciò che non rientra in questa loro prospettiva. In questo modo è facile, mediante forzature ideologiche, sia evidenziare presunte prove a conferma delle loro ipotesi, sia giustificare facilmente la resistenza all’analisi da parte dei pazienti, quando rifiutano di comprendere o accettare le ipotesi dell’analista.
Infatti, quando ad esempio si assume che tutto è genitale-edipico, l’angoscia del paziente la si considera come seduzione sessuale, il suo senso della solitudine lo si considera connesso alla castrazione, ecc. in questi casi l’elaborazione analitica si trasforma da indagine per scoprire in ricerca di conferma delle proprie ipotesi e in compito per l’analista in far accettare al paziente le proprie convinzioni come verità inconsce. E’ particolarmente facile iniettare nella mente dei bambini, false memorie.

A volte le ipotesi originali sui sintomi e l’intero atteggiamento analitico, rende impossibile il processo analitico, quindi iniziare un’analisi con ipotesi stereotipate sul significato di un sintomo non è un approccio ottimale.