Subito dopo il parto le madri sembrano essere in uno stato di estasi, tutta l’attenzione si riversa sul bambino, sente che è completamente suo. Se questa percezione perdura nel tempo, si rischia di compromettere lo sviluppo psichico del bambino.

Una madre, ha la possibilità di scoprire cosa rende felice il suo bambino, sollecitando la sua cooperazione, se riesce ad accordarsi con i ritmi naturali e le sensazioni del suo bambino, prestando attenzione ai dettagli del suo comportamento.
I bambini, nascono predisposti a svilupparsi in modo socialmente cooperativo, ma affinchè lo diventino effettivamente, dipende da come viene curato dalle sue principali figure di accudimento. E’ stato accertato che le madri che rispondono con sensibilità alle richieste del figlio, durante il primo anno di vita, contribuiscono a determinare un bambino che piange meno, rispetto a quelli cresciuti con madri che hanno risposto con minore adeguatezza.

L’interazione fra la madre e il bambino avviene prevalentemente attraverso lo sguardo

Infatti, verso la seconda o terza settimana, si instaura fra la madre e il bambino, quando sono faccia a faccia, una vivace interazione sociale (vocalizzi, espressioni facciali, ecc), alternate da fasi di disimpegno. L’inizio e la fine di questa interazione, segue un suo ritmo autonomo, per cui una madre sensibile dovrebbe regolare il suo comportamento, accordandolo con quello del figlio, al fine di consentire l’inizio di un dialogo di condivisione, denominato sintonizzazione emotiva.

Ad esempio, durante l’allattamento, quando il bambino succhia al seno, la madre dovrebbe essere serena ed inattiva, mentre durante le pause richieste dal bambino dovrebbe socializzare, accarezzare e parlare con Lui.

Nel periodo che va dai tre ai sei mesi, i bambini non camminano ancora, hanno un controllo limitato sui movimenti degli arti e sulla coordinazione occhio-mano, mentre Il sistema visivo-motorio è praticamente maturo, per cui nel comportamento di fissazione oculare il bambino piccolo risulta essere un valido interlocutore. Quindi fissarlo con lo sguardo, costituisce una potente forma di comunicazione sociale.

Secondo Stern, i bambini sono in grado di affermare la propria indipendenza e dire un no deciso, distogliendo lo sguardo a quattro mesi, con gesti e intonazione della voce a sette mesi, scappando via a quattordici mesi e verbalmente a due anni.

I bambini esercitano un controllo rilevante sull’inizio, il mantenimento, la fine e l’evitamento del contatto sociale con la madre, contribuiscono a regolare l’impegno nella relazione. Inoltre controllando la direzione del loro sguardo, effettuano un’autoregolazione del livello e della qualità di stimolazione sociale a cui sono soggetti. Sono in grado di distogliere lo sguardo, chiudere gli occhi, guardare altrove, assumere uno sguardo inespressivo. Attraverso l’uso deciso di questi comportamenti, essi respingono, prendano le distanze o si difendono dalla madre.

Quindi i bambini iniziano un contatto quando lo desiderano, mediante sguardi, sorrisi e vocalizzi.

Recenti ricerche nell’ambito della neurofisiologia hanno scoperto che esiste nei bambini, fin dai primi mesi di vita, una forma di emotività che consente loro di sintonizzarsi con le persone, di percepire i loro stati d’animo (o emozioni) e le loro intenzioni (o stati mentali), modulandosi a vicenda. Tuttavia, occorre che questa capacità venga costantemente confermata dai genitori, mediante sensibilità comportamentali, atteggiamenti e relazioni, in grado di favorire connessioni emotive modulanti.

I bambini, costruiscono le loro sensazioni e le loro esperienze emotive ed affettive, attraverso quelle dei loro genitori.

La migliore stimolazione, in grado di favorire lo sviluppo delle competenze cognitive dei bambini, NON è quella fornita dai genitori, ma quella richiesta dai bambini ai genitori, durante le loro esplorazioni, se i genitori condividono con lui le loro scoperte. L’errore che comunemente commettono i genitori è di voler guidare i bambini sottoponendoli a continui stimoli, sostituendosi di fatto alle loro iniziative, inibendo così la loro libera esplorazione. In questi casi il bambino viene sottoposto ad una stimolazione passiva.

Quindi, attraverso la cooperazione con i loro genitori i bambini possono costruire gradualmente la loro personalità, modulando le proprie sensazioni e percezioni, attraverso ciò che sentono, non limitandosi quindi ad imitare ed apprendere in modo passivo.

Fin dalle prime settimane di vita, il cervello possiede la capacità di simulare internamente le azioni svolta da altri, mediante l’attivazione dei Neuroni Specchio,che costituiscono quindi un meccanismo neurofisiologico, per internalizzare, apprendere ed imitare gli stati d’animo (emozioni) di un’altra persona.

I neuroni specchio si attivano, sia quando l’individuo compie azioni motorie, sia quando osserva le medesime azioni svolte da altri; in quest’ultimo caso è come se l’azione fosse attuata dall’osservatore, che tuttavia rimane immobile. Inoltre si attivano anche quando l’individuo cerca di percepire le intenzioni degli altri (ciò significa che i neuroni specchio, iniziano a funzionare prima che l’azione altrui si manifesta), decodificano, simulano e successivamente internalizzano le reazioni degli altri, facendole sue. Attraverso questo sistema neuronale i bambini hanno la possibilità di scoprire se stessi, nella mente dei genitori, al fine di costruire la propria individualità. Sembra che questo meccanismo contribuisca anche a potenziare la capacità dei bambini a leggere il pensiero dei genitori. Ciò significa che nell’interazione genitori-figli, non avviene solo uno scambio di informazioni, ma anche quello di stati d’animo, che tenderanno a bilanciarsi a vicenda, fino a raggiungere un punto di equilibrio.

Questo sistema, si sviluppa e raggiunge la piena efficienza se i genitori forniscono al bambino un livello di accudimento sensibile e consapevole, caratterizzato da comportamenti prevedibili. L’intero meccanismo potrebbe andare in tilt, se le risposte dei genitori non sono in sintonia con i bisogni del figlio, in quanto i neuroni specchio non riescono a simulare e interiorizzare una risposta valida, in grado di determinare informazioni utili per la costruzione di una buona immagine di sé, in quanto i bambini aggiustano gradualmente le proprie emozioni e sensazioni, monitorando le risposte dei genitori, assegnano cioè un significato a un’emozione o a una percezione somatica, osservando la reazione ad esse, da parte della mamma o del papà.
Rispecchiamenti inadeguati, protratti nel tempo, possono causare vari deficit durante lo sviluppo con serie conseguenze nella vita adulta, per cui è opportuno, per essere un buon genitore, acquisire la sensibilità a sentire le percezioni dei figli, al fine di aiutarli ad identificare e modulare il loro Mondo Interno.

I bambini hanno quindi la capacità di penetrare nella mente dei loro genitori, per assumere il loro punto di vista, al fine di costruire i propri stati mentali. Sembra che questa sintonia, stimoli nei Lobi Parietali, la produzione dell’Ossitocina e di alcuni oppioidi naturali che inducono tranquillità e benessere. Se questa sintonia non avviene, si inibiscono i Lobi Parietali e si attivano i Nuclei Frontali, con conseguenza produzione di Cortisolo (noto come ormone dello stress).

Sembra che ciò che ha reso possibile l’evoluzione dell’uomo sia stata proprio la capacità di percepire le intenzioni dei suoi simili, che non è semplice imitazione, ma qualcosa di molto più complesso, in quanto ha reso possibile la stratificazione delle conoscenze, che costituisce la base su cui si regge il progresso, diversamente dall’imitazione che consente semplicemente di replicare le azioni.

Occorre adottare una nuova modalità educativa, che tenga conto dei reali bisogni dei bambini.

Desiderare un figlio che riempia buchi esistenziali per riscattare ciò che non si è avuto, un figlio che ami in modo incondizionato perché non si è stati amati dai propri genitori, un figlio da utilizzare per superare l’insoddisfazione e la tristezza, per risolvere vicende personali insoddisfacenti o per riscrivere inconsapevolmente il proprio passato emotivo ed affettivo (ed altro ancora), non costituisce una scelta giusta, in quanto condiziona fortemente ed altera le esperienze reali dei figli.

Solo se il bambino riesce a sintonizzarsi bene, cioè sentire che i suoi genitori percepiscono ciò che lui percepisce, in un clima in cui predomina un diffuso stato psicofisico di serenità, nel suo cervello si diffondono gli ormoni del benessere, mentre se è costretto a difendersi dall’ansia, nervosismo, liti, urli, ecc dei genitori, predomina in lui una sensazione di pericolo che attiva particolari circuiti neuronali situati nei lobi frontali, il cui fine è di mantenere alta l’attenzione sull’ambiente esterno per poterlo controllare e per quanto possibile modificarlo, per attenuare lo stress e la fatica che ne deriva. Questo suo tentativo è generalmente destinato a fallire, perché troppo piccolo per affrontare tali situazioni, per cui aumenta il suo disagio e il suo malessere, rischiando così di trovarsi prigioniero in un pericoloso circolo vizioso.

La capacità di un genitore di sintonizzarsi con i figli, costituisce una premessa fondamentale per poter educare ed accudire in modo efficace. Sintonizzarsi significa essenzialmente saper interpretare i bisogni e gli stati mentali del figlio, per consentire al bambino di percepire che il genitore ha compreso il suo reale bisogno.

Quando ad esempio un bambino piccolo vive una piacevole esperienza che sollecita la sua curiosità, ma non è in grado di comprendere il senso di ciò che è accaduto, in quanto non riesce ad associare all’esperienza (cioè all’evento) l’emozione che ha provato (per esempio la gioia), il bambino cerca nel genitore un riscontro. Se il genitore comunica attraverso il suo stato emotivo (vocalizzi, sorriso, ecc.) che ciò che il figlio ha vissuto è qualcosa di positivo, il bambino attraverso lo stato emotivo del genitore trova una conferma coerente con quella che ha vissuto, per cui acquisisce una maggiore fiducia nelle sue percezioni, che costituiscono il veicolo attraverso cui percepisce la realtà che lo circonda, mentre se il genitore alla medesima esperienza risponde con un urlo di paura o con disappunto, questa risposta essendo in opposizione a quella che il bambino ha vissuto, lo disorienta (ad una esperinza positiva viene associata una emozione negativa).

Quanto descritto costituisce un’esperienza di sintonizzazione emotiva, cioè di un meccanismo regolatore del sentire (percezione) del bambino.

Essere un buon genitore, significa essenzialmente riconosce il figlio come diverso da se stesso (evitando di identificarsi in lui), stabilire un autorevole e coerente rapporto con lui evitando di essere superficiali egoisti ed approssimativi nei suoi confronti, ma soprattutto occorre dedicare un sufficiente ed adeguato tempo affettivo, non denigrare l’altro genitore, ma essere complici nell’educare, evitando fantasie idealizzanti o catastrofiche.

Diversi disturbi psichiatrici e disagi psicologici della vita adulta possono essere affrontati e risolti, a livello psicoterapeutico, modulando e contenendo i mancati rispecchiamenti attraverso il terapeuta. Il paziente sperimentando se stesso e rappresentandosi con continuità nella mente dello psicoterapeuta viene aiutato a scoprire e a riconquistare livelli di funzionamento più efficaci e autonomi.