Nel gennaio 2010, il padre di mio figlio esce di casa con il piccolo e non rientra. Nonostante ripetuti tentativi via sms, parenti ecc. e visto il persistere di tale atteggiamento, sporgo denuncia per sottrazione di minore. Rientra nella casa coniugale con il piccolo. Decidiamo di trovare un accordo per separarci consensualmente. Mantenimento diretto del piccolo con tempi paritetici presso l’abitazione di entrambi. Prepara lui la separazione e a mia insaputa presenta una richiesta di separazione con addebito.
Verso la fine di febbraio esce di casa con il piccolo per accompagnarlo in palestra e non ritornerà mai più. Cerco disperatamente di incontrare il piccolo, lo cerco ovunque. In quel periodo si verifica un episodio di violenza fisica per cui sono costretta ad andare al Pronto Soccorso. Stanca di questi soprusi lo denuncio, verrà rinviato a giudizio.
Come risposta presenta una denuncia per “atti persecutori” di cui è stata chiesta l’archiviazione. Nel mese di Aprile, prima udienza preliminare viene nominata la CTU. Dopo 6 mesi viene deposita la relazione decisamente sfavorevole al padre che richiede l’annullamento con ricusazione della CTU. Richiesta accettata per un vizio di forma e non di sostanza. Nuova consulenza CTU, ma intanto continuo a non vedere mio figlio. Questa consulenza, fatta a distanza di due mesi, è favorevole al padre.
Nell’Aprile 2011 sulla base solo dell’ultima consulenza viene disposto l’affido esclusivo al padre, incontro settimanale presso l’Asl con persona indicata nominalmente nel provvedimento. Nonostante le relazioni siano secretate mio marito riesce ad entrarne in possesso scoprendo che sono assai sfavorevoli alla sua “figura di padre”. Propone istanza al giudice per fermare l’assistente sociale e denuncia la stessa per esercizio abusivo della professione in quanto, secondo lui, scrive di alienazione del bambino non avendone i titoli. Il giudice nomina un’altra CTU (la terza), intanto l’atmosfera all’Asl diventa rovente, il padre decide in modo arbitraro di non accompagnare più il piccolo agli incontri.
Nel Dicembre 2011 la Corte di Appello dispone l’affido condiviso, predisponendo tre incontri settimanali all’Asl con un Neuropsichiatra Infantile, nonché primario del Centro, per il recupero del rapporto madre-figlio, evidenziando l’alienazione del piccolo e stigmatizzando il comportamento del padre e della sua difesa. Di fatto il bambino non ha più significativi rapporti con la madre, verso la quale professa astio, rancore e avversione, avendo sposato la tesi del padre col quale ha più volte espresso il desiderio di rimanere.
In Aprile 2012 Iniziano gli incontri in Neuropsichiatria Infantile. Forte opposizione del padre e della sua difesa alla sentenza della Corte di Appello e contestazione dell’Asl. Siamo costretti a presentare istanza al giudice di merito affinchè chiarisca la sua posizione. Il Tribunale Civile conferma l’affido condiviso. Successivamente, mi viene anche notificato di liberare l’abitazione e buttano sulla strada me e l’altro mio figlio.
In Luglio 2012 il Neuropsichiatra relaziona al Tribunale, descrivendo gli otto punti dell’alienazione parentale e chiedendo una psicoterapia individuale del piccolo. Nessuna risposta dal Tribunale alla richiesta del Neuropsichiatra. Ritenendo che senza una psicoterapia sul piccolo e l’allontanamento dall’ambiente in cui vive questi incontri siano inutili si autosospende, comunicandolo sia al Tribunale Civile che alla Corte di Appello. Ricomincio a non vedere più il piccolo.
Dall’inizio del 2010 ad oggi, 22 Settembre 2013, ho visto mio figlio solo presso l’Asl, quando era possibile fare gli incontri, cioè quando il padre lo permetteva e una o due volte all’esterno, monitorati a vista dal padre e dalla sorella.